Big Apple Pie (Le cronache di Paolo, nostro inviato a NY)

2006, March 29th Ciao
a tutti! Dopo un prolungato silenzio, sentendomi un po’ in colpa per non aver fatto più avere mie notizie, torno a scrivervi un po’ della mia esperienza targata US. Cosa
è successo in questi mesi? Tutto e niente. Le cose più
noiose sono quelle legate alla vita accademica. Le lezioni procedono
e per fortuna il corso con la professoressa cinese
di strategia, soprannominata stlategy, sono terminate. Ho dato anche
un paio di esami, guadagnandomi il soprannome di Stats Beast
(animale statistico), con tanto di boccale da birra in ceramica ricevuto
in premio dal mitico professor David Juran. Sì, perché
dovete sapere che qui i professori, per guadagnarsi la fiducia e l’amicizia
degli studenti non si risparmiano le americanate
(del resto siamo in America). Il nostro Juran, per esempio, è
un rubizzo americanone sui 40, capelli ricci e accento del Connecticut.
Ad ogni lezione arriva con una Di americano
in America ci sono anche le feste. Ne citerò un paio, le più
significative. In occasione del winter carnival l’Università
di Tuck (posto sperduto nel tra il Vermont e il New Hampshire) ha
organizzato, come sempre, una gara di sci tra le
business school di tutti gli US. Ovviamente, considerato che quando
ero al liceo non ho perso un campionato studentesco di sci, non potevo
non lanciarmi. E poi, visto che vitto e alloggio erano gratis, la
mia anima genovese ha fatto il resto. Arrivo alla
festa. Per controbilanciare la sana attività sportiva, la sera
del Sabato hanno organizzato un mega party, con tutti i 150 partecipanti.
Fin qui niente di strano. Il bello è che, contraddistinti come
al solito da uno scarso senso della misura e da un
grande amore per la birra, hanno deciso di basare il party su un drinking
game collettivo e istituzionalizzato. Il programma ufficiale della
serata prevedeva un tabellone degno del grande slam, con tutti i team
in competizione uno contro l'altro. La seconda festa è invece il classico “Ballo di primavera”. Dalla birra siamo passati allo smoking (che ovviamente non avevo) e all’abito lungo (non avevo neppure quello). L’anno prossimo mi dovrò procurare l’abito lungo. Ambientazione veramente carina, in un locale costrutito alla base del ponte del Manhattan Bridge, accanto al ponte di Brooklyn, con camerieri in livrea e orchestra. Davvero simpatico! Tra l’altro era il giorno del mio compleanno, quindi ho fatto un po’ finta che fosse la mia festa e me la sono gustata ancora di più. Alla prossima! CIAO! PS:
Sto cercando casa, il minotauro con cui convivo mi
ha un po’ stufato e poi voglio trasferirmi in un posto un po’
piu’ cool. Vi terrò aggiornati sugli
sviluppi della ricerca e su un animale che ho scoperto vivere nell’ambiente
Newyorkese. Non sto parlando dello scoiattolo, ma del broker
immobiliare. |
2006, January 29th Ambientarsi è decisamente facile. Sono con altri 159 esseri umani nelle mie stesse condizioni (più o meno). Il tempo è stranamente clemente. Di solito in questa stagione ci sono freddo polare e bufere di neve. Invece le giornate sono belle e le temperature non sono troppo rigide: siamo attorno ai 30° (Farhenheit ovviamente). Le settimane sono piene e i corsi molto intensi (in arrivo c'è già un esame di midterm!), ma me la voglio prendere easy, godermi le feste e sfruttare ogni occasione per fare sport. Ho anche ripreso a correre un po’ più seriamente in previsione della maratona a novembre. |
2006, January 27th Qui
nella Grande Mela le cose procedono come dovuto. Come dice Severgnini,
l’America non ti sorprende perché è sempre un
ritornare, anche se non ci sei mai stato. Non sanno forse
tutti che i tassisti a NY parlano l’inglese bene come il mio
tedesco (cioé niente)? Non sanno forse tutti che nelle Università
ci sono tante palestre, tante feste e gli armadietti
come nella foto? (Ho impiegato una settimana a capire come funzionano
i lucchetti a combinazione tipo cassaforte della Banca Mondiale). Tutti lo sanno. E allora, mi chiederai, non ti conveniva andare a Lambrate se già sapevi tutto di NY? E in effetti qui viene il bello: perché quando pensi di sapere tutto, arriva sempre qualche cosa di inaspettato a rendere meno monotona l’esistenza (come vedi traspare sempre il mio innato ottimismo...). Eh si, l’inaspettato è il fatto che NY non è una città degli Stati Uniti. O almeno non più di quanto il Vaticano è parte dello Stato Italiano. Qui nessuno è americano da più di tre generazioni. Lo si riconosce dai nomi, dai volti, dall’accento, oppure semplicemente parlando con le persone. E allora vieni a sapere del nonno giapponese immigrato dopo la guerra, della mamma tedesca che andava al mare a Rimini, del papa’ di Tonga. Inizi così a capire cosa vuol dire davvero melting pot. Capisci perché questa è la terra delle opportunità. Capisci come il non avere storia sia una componente imprescindibile del sogno americano. Già, il sogno americano qui è ancora possibile. Ieri ho conosciuto un genovese, arrivato a NY dieci anni fa come impiegato nell’informatica della MSC. Oggi è capo dell’IT di MSC nel mondo, Cavaliere del lavoro in Italia (a 38 anni) e uno stipendio annuo a sei zeri. Sarebbe stato possibile questo in Italia? Probabilmente no. Probabilmente sarebbe rimasto impiegato per almeno altri tre o quattro anni e si sarebbe accontentato degli scatti di anzianità. Qui non ci sono barriere invece: sei quello che vali. Punto. Questo è il libero mercato. Ma il libero mercato è anche mercificazione, in questo caso addirittura automercificazione. Le persone si sentono merce e si comportano di conseguenza, crescono di conseguenza. Lo stimolo ad accrescersi come individui è vinto da quello di gonfiare il proprio portafoglio, così gli americani sono bambini che giocano a fare il trader con la propria vita, per lo piùinconsapevolmente. Self made man o self enriched kid? |


bottiglia
di birra, da lui prodotta, imbottigliata ed etichettata,
che regala a chi in classe fa l’intervento migliore durante
la lezione. L’ultimo giorno, oltre a regalare tre tazze alle
Stats Beasts, si è portato dietro una chitarra ed ha iniziato
a suonare e cantare con la sua voce baritonale “The Gambler”,
una canzione folk di Kenny Rogers, cui ha aggiunto
anche una strofa da lui personalmente coniata per l’occasione.
Se non fosse stato un po’ ridicolo, sarebbe stato commuovente.
Ci si affronta a coppie. Al via la prima persona di ciascuna squadra
doveva iniziare a bere una pinta di birra (un po’ meno di ½
litro), poi toccava al secondo e cosi’ via fino al quarto. Passava
il turno la squadra che finiva prima. Il problema è che si
è iniziato dai 32esimi di finale... fate voi il conto di quante
birre alla goccia hanno dovuto bere i partecipanti della squadra che
ha vinto... Vi dirò solo che non penso riusciranno a togliere
l’odore di birra da quel posto prima dell’arrivo
del prossimo inverno.