Si
parte dalla Z.
In Italia si abbatte continua la tempesta sul pallone infangato.
Meglio guardare verso la Germania (travolta poco tempo fa proprio
dallo scandalo arbitri...) e pensare alle storie che si potrebbero
raccontare in terra tedesca.
Proviamo a scriverle in anticipo.
Iniziamo da quella di Zinedine Zidane, come piace a Breim.
È una storia che comincia con la parola FIN. Perché
questo è un film francese, attenti.
L’elefante con la grazia di una ballerina (Jorge Valdano ha
trovato le immagini migliori per fotografarlo) ha infatti già
preso la decisione fatale. Con il Real Madrid ha chiuso. Con la Francia
chiuderà quando staccherà il biglietto di ritorno dai
Mondiali che per lui daranno il fischio finale alla carriera.
La sua histoire d’amour con la maglia blues è cominciata
con un lampo. 1994. Debutta entrando nel 2° tempo con la Repubblica
Ceca e segna una doppietta in 17 minuti. Facile amarlo subito. Totalmente
opposto l’incipit scritto in bianconero. Diverse difficoltà
nell’imparare a leggere il calcio in italiano. È solo
l’inizio. Poi l’esplosione. E le vittorie con la Juve
e la Nazionale. Alza contro il cielo la Coppa del Mondo 1998. I galletti
battono 3-0 il Brasile di Ronaldo. Due gol li segna Zizou usando la
testa in maniera diversa dal solito: non si tratta di idee, intuizioni
o assist. Semplicemente due incornate per mandare la palla nel sacco
verdeoro. Colpo simile, ma dall’effetto completamente diverso
è quello che rifila a Kientz contro l’Amburgo. Nervi
tesi. A fine stagione cambia maglia. Diventa una merengua galactica,
anche su pressione della moglie, stanca della grigia Torino e conquistata
dal “mare” di Madrid. Quello che per Alex era sempre più
spesso seduto sul suo Pallone d’Oro e che per l’Avvocato
era più divertente che utile fa divertire il pueblo blanco
con la rete che regala la Champions League al Real: un tracciante
al volo indimenticabile segnato a Glasgow contro il Bayern Leverkusen.
Gli ultimi anni di declino degli spocchiosi madridisti si spiegano
anche con gli anni collezionati sulla carta d’identità
di Zizou.
Un suo erede non si vede in giro. E non si troverà, perché
quando vedremo un altro giocatore di questo calibro sarà semplimente
se stesso e non “l’erede di Zidane” così
come Zinedine non è l’erede di Platini. Intanto Henry
e Trezeguet si godranno l’onore e il piacere di ricevere i suoi
ultimi palloni addomesticati, marchiati con la Z di Zinedine Zidane.
Uno dalla doppia zeta. Come Zdenek Zeman...
Le sfavorite
Sono arrivati in Germania per primi, con tre settimane d’anticipo
rispetto al fischio d’inizio. Molto probabilmente saranno tra
i primi ad andare a casa. Si tratta della nazionale del Togo, alla
sua prima partecipazione mondiale, di cui fa parte pure l’attaccante
del Benevento (Serie C2) Massamesso Tchangai. Ma non saranno i soli.
Per la metà delle nazioni partecipanti a Germany 2006 la manifestazione
durerà infatti solo 270’ dopodiché si scriverà
la parola eliminazione, sinonimo di fine. Arrivederci tra quattro
anni. Forse.
Un destino che ovviamente non rischiano di correre i padroni di casa,
baciati dalla fortuna in un sorteggio che li ha messi insieme a Costa
Rica, Polonia ed Ecuador... Un pericolo che incombe su Argentina e
Olanda, inserite con la Serbia di Stankovic e la Costa d’Avorio
di Drogba. Messico, Iran e Angola, invece puntano a un posto al sole
insperato dietro al Portogallo nella scala D del condominio tedesco.
«Solo corrompendo la Croazia, il Brasile e poi l’Australia,
il Giappone può sperare di passare il primo turno» ha
dichiarato Takeshi Kitano, regista nipponico (noto al pubblico televisivo
italiano per essere il gialappico Mashiro Tamigi di Mai dire Banzai).
L’eliminazione sarebbe un vero incubo per un popolo che vive
sempre più di calcio. Nakata e soci cercheranno l’impresa
pur non avendo un Tsubasa Oozoora (nome d’arte Holliver Hutton)
o un Kojiro Hyuga (Mark Lenders col suo tiro della tigre).
I tre atti calcistici che vedranno protagonista Trinidad & Tobago
saranno invece un sogno dolcissimo per gli abitanti delle due isole
caraibiche messe insieme. Un tandem di pezzi di terra in mezzo al
mare che non raggiunge neanche la metà della popolazione di
Roma. Per arrivare in Germaina si sono affidati allo stregone olandese
Leo Bennhaker, ex mister del Real Madrid, sedutosi ora sul lato opposto
del calcio. Chiedono i gol a un certo Dwight Yorke, 34 anni, ex Calipso
Boy del Manchester United. E se non arriveranno, pazienza. «Se
non sei qui per vincere, sei solo un turista» recitava lo spot
di una multinazionale di abbigliamento sportivo il cui nome in greco
significa vittoria. Le due isole hanno già vinto.
Gli assenti
In Germania non ci saranno. E di certo ne sentiremo la mancanza.
Cosa ci perderemo:
- L’eleganza di Manuel Rui Costa (ha dato l’addio alla
nazionale)
- Il cervello della Brujita Veron (non convocato, sigh)
- Le discussioni tra Eto’o e Wome per calciare un rigore (il
Camerun non si è qualificato per un penalty sbagliato da Wome)
- Freddy Adu, il 17enne prodigio degli Usa (non convocato)
- Le polemiche di Bobo Vieri (infortunato...)
- Chilavert, il portiere goleador paraguaiano
- La cuauhtemina, strana giocata del messicano Blanco con il pallone
trattenuto tra le caviglie (non convocato)
- Carlos Valderrama (ritirato e forse proprio per questo manca pure
la Colombia)
- Jay Jay Ochocka e le aquile nigeriane (non qualificate)
- Capitan Maldini (se non lo avessi messo, mi avrebbero picchiato)
- Capitan Zoid (come si fa a preferirgli - seppur palindromo - Oddo)
E
tre presenti
Il giocatore di rugby Tony Marsh disse: «Non mi piace saltare
una partita. Può succedere di uscire dalla storia».
Figuratevi cosa potrebbe significare saltare un Mondiale.
In Germania ci saranno tre giocatori che vi possono spiegare la paura
di restare a casa davanti alla tv anziché indossare una maglia
da titolare e scendere in campo.
Francesco Totti.
19 Febbraio 2006. Il Gladiatore dell’Olimpico finisce a terra.
Frattura del perone. Le gambe piene di lividi mostrate alle telecamere
fanno riflettere su certi tackle del calcio moderno. Ma il Pupone
cresciuto non poteva lasciare orfana la maglietta 10 azzurra. E così
non ha avuto altra scelta se non quella di un recupero lampo seguito
passo passo da tutti in ogni dettaglio. Pizza e Nutella le prime richieste
post operazione. Buon segno. Poi la panchina motivazionale nel derby.
Il rientro alla Scala del Calcio nella finale di coppa Italia con
- se il ricordo non mi inganna - il primo pallone giocato di tacco.
E così torna l’azzurro sui suoi pensieri, pronto ad affondare
il cucchiaio nelle reti, come nei barattoli di Nutella.
Leo Messi.
7 Marzo 2006. Il Camp Nou resta col fiato sospeso non per l’esito
della partita più scintillante della Champions League tra Barça
e Chelsea, bensì per l’uscita dal campo della Pulce.
L’abbraccio con Frank Rijkaard è commovente e dimostra
la grandezza del mister olandese. Infortunio muscolare al polpaccio.
I primi esami tranquillizzano. Ma il dolore non passa, anzi si riacutizza.
Il talento mancino allora sparisce dai riflettori catalani: va in
Argentina a curarsi. Niente finale con l’Arsenal. Ma nella lista
di Peckerman c’è anche lui. Per un esame più difficile:
dimostrare di essere l’erede di Maradona. L’ennesimo con
l’etichetta troppo in fretta cucita e strappata dalla camiseta
di Ortega, D’Alessandro, Saviola. Sulla schiena porterà
il numero 19, come gli anni che festeggerà proprio durante
i Mondiali. Capiremo se la gamba del nove potrà essere cancellato
lasciando solo il cerchio dello zero. Intanto Buon Compleanno, Dieguito.
Wayne Rooney.
29 Aprile 2006. L’entrata di Paulo Ferreira è una discesa
all’inferno per il Red Devil ventenne. Frattura del piede destro.
Tenda iperbarica per velocizzare il recupero fisico. Musica rap scelta
dall’amico-compagno di squadra-dj Rio Ferdinand per velocizzare
il recupero morale. Il destino mondiale dell’Inghilterra dipende
anche dalle condizioni di Roonaldo, in un attacco che lo vedrà
affiancare Micheal Owen (reduce da 4 mesi di stop). Ha quasi (dato
che Eriksson potrebbe sostituire Rooney fino all’8 giugno) vinto,
invece, il portafogli di John Morrey. Nel 1998 costui scommise 200
sterline che il suo nipotino dodicenne (soprannominato The Beast nel
torneo delle scuole) sarebbe stato convocato per i mondiali 2006 (Nota:
notizia poi smentita). Quota 250 a 1. John è lo zio di
Wayne.
4 luglio 2006 La nostra Italia-Germania
La Storia siamo noi, nessun (tedesco) si senta offeso.
Precedenti Italia-Germania ai mondiali: 1962 pareggio 0-0, 1970 vittoria
azzurra ai supplementari dell’indelebile 4-3, 1978 pareggio
a reti inviolate, 1982 vinciamo 3-1 e alziamo contro il cielo la Coppa
del Mondo. Stasera proviamo ad aggiungere un nuovo capitolo scritto
con l’inchiostro azzurro al romanzo mondiale.
118’ Gario: «Il gol di Grosso non si è mai visto...»
Corner.
119’ Gol “alla Del Piero” di Grosso. La palla sembra
risucchiata dall’urlo che entra dalla finestra qualche secondo
prima che Sky conceda anche ai nostri occhi la liberazione della rete
che si gonfia.
L’immagine impensabile di un interista, un milanista e tre juventini
che esultano a squarciagola insieme diventa la fotografia sviluppata
e impressa direttamente nell’angolo dei bei ricordi della mente.
Poi l’Alex versione azzurra per una volta ci regala una gioia.
È 2-0. L’altro Alex finisce sdraiato per terra. Finalmente
vedo le famose vene da esultanza raccontate più volte dal Torto…
Siamo in finale.
Ce lo ricorderà anche un segno sulla Punto (blu, ovviamente)
tirata fuori in fretta e furia dal box per andare a festeggiare.
E ora Francia o Portogallo. Zizou o Figo. Vi aspettiamo a Berlino,
ore 20. Siate puntuali.
|